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GLI ANTICHI MULINI AD ACQUA DELLA TERRA DI LICODIA

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LA GABELLA DI UN GRANO

I PRIVILEGI DEL CLERO

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LA TASSA SUL MACINATO

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APPENDICE
 

I PRIVILEGI DEL CLERO

<precedente
Anch'egli "sape ed ave inteso dire da persone antiche", specialmente da ex gabelloti, le stesse cose già ascoltate in precedenza. Dice ancora di aver sempre saputo che il Clero non può sottostare alle leggi dei secolari; poiché i prelati "sono franchi di tutte le gabelle si' Baronali che Reali, a riserba di quella del gius dominicale per esser il fondo proprio del Barone, ed essendo le gabelle de molini una delle gabelle baronali"AI termine delle deposizioni, il documento fu firmato dal Clerico Don Andrea Stillanti, come Magister N. (Notari) us.
Stando così le cose, viene spontaneo chiedersi come mai nel nostro Stato si negassero al Clero i privilegi (primo fra tutti quello della franchigia della mezza molitura, con una molenda di un 32° invece del solito 16°) che venivano regolarmente accordati fuori dei territorio. Concorrenza, forse?
Malgrado tutto, le continue pressioni esercitate nei confronti del Vescovo dovettero sortire, per una volta, il loro effetto.
Infatti il Vicario Don Marco A. Vitali ricevette l'ordine di ammonire il Clero affinché macinasse nei mulini di Licodia. Tuttavia, in risposta all'imposizione, il Reverendo Vitali scrisse l'undici maggio a Monsignor Vescovo confutando l'affermazione del Barone Inguaggiato secondo il quale mancavano i documenti comprovanti la decisione del Principe Scilla di accordare al Clero i noti privilegi; e dubitando addirittura che lo stesso avesse potuto disporre cosa tanto pregiudizievole agl'interessi dell'Arrendatario. Nella lettera si legge ancora che il Vicario manderà a Siracusa i documenti del Capitolo probatorio; e che nel frattempo, avendo scritto a Don Paolo Morgano che fu Giurato nel 1752 e perciò presente al contraddittorio tenutosi alla presenza del Principe tra gli Ecclesiastici e il gabelloto mastro Filippo Giuca, costui aveva risposto asserendo di ricordarsi perfettamente della determinazione fatta "da detto Eccellentissimo Signor Principe a favore di detti Ecclesiastici"
"A tutto ciò - prosegue il Vicario - aggiunga V. Em. Rev.ma la Legge scritta per questa sua Diocesi nel Sinodo del fu' Ill.mo Monsignor Vescovo di Siracusa Don Giovanni Antonio Capiblanco, dove al Capo settimo pagina 266 si legge: "Eandem non effugiunt censuram dinaste, seu barones, vel eorum ministri, qui clericos, vel eorvm famulos, aut alios eorum nomine detinent, et proibent ne aliis panem collocent, et decoquant in locis, quam in suorum dominorum furnis, ne ad pristinum pergant ad triticum molendum nisi in domini molendinis, ne olivas terant, et contundunt nisi in molis olivariis seu trappetis dominorum, h(a) ec enim omnia maxime ecclesiasticam ledunt libertatem.
Postremo curati et vicarii, proceres, dominos, et ministros seculares de p(o) enis supra ~nemoratis, aliis que nostro decernendis arbitrio faciant certiores. pena suprad.ta in capite antecedenti est excomunicatio ipso facto incurrenda."
(In breve: chiunque proibisca ai chierici, o loro dipendenti, di cuocere il pane o di macinare il grano o di spremere le olive se non nei forni, nei mulini e nei frantoi del proprio Stato, lede gravemente la libertà ecclesiastica e perciò incorre, ipso facto, nella scomunica) - Seguono ulteriori chiarimenti e precisazioni. La missiva si chiude con la firma dell'Umilissimo servo e suddito M. A. Vitali.
A sua volta il Vescovo, dopo aver preso visione dei documenti rimessigli, torna a scrivere al Vicario, rassicurandolo del suo interessamento. Difatti ha già scritto al Signor Barone Inguaggiato rappresentandogli le fondate ragioni del Clero; e ne attende risposta "col prossimo procaccio di Palermo".
S'assicuri adunque -conclude- che non mancherò al mio dovere. Tuttavia la disputa si trascina tra le reciproche accuse, che fioccano dall'una e dall'altra parte, assumendo in certi momenti toni decisamente accesi.
L'affittatore è irremovibile: gli ecclesiastici devono macinare nei mulini del territorio e senza franchigia! Il nuovo Vicario Foraneo, Rev.do Don Vincenzo Falcone, rompe gl'indugi e nel settembre dell'anno successivo scrive al Principe, il quale gli risponde da Scilla in data 27 ottobre.
Egli rileva, con sommo rincrescimento, le novità relative alle franchigie che I'Inguaggiato si ostina a negare al Clero e promette di scrivere subito al Signor Presidente di Palermo affinché col suo intervento, impedisca che gli Ecclesiastici vengano molestati ulteriormente.
In chiusura: Affez.mo sempre. Il Principe di Palazzolo.
Da Palermo, il Presidente Stefano Airoldi scriveva al funzionario di Vizzini, Giovanni Filippo Gandolfo, per riferirgli di aver ricevuto un esposto dal Clero di Licodia, nel quale si lamentavano le pretese di mastro Carmelo Rinaldi "di volere che tutti l'Ecclesiastici andassero a molire ne molini di q.to Stato, ed a pagare per intiero la molitura, nella stessa conformità che la pagano i secolari; e ciò -continua l'Airoldi- nonostante la risoluzione del Sig.r Principe mio cugino e del Prelato di q.lla Diocesi, di essiggersi metà di tale molitura"
Pertanto gli raccomanda di dare tutte le necessarie providenze di giustizia, facendo rispettare le disposizioni di cui sopra.
Le missive s'incrociano a ritmo continuo, ma la situazione ristagna.
Si aggiunge anzi un altro sgarbo dell'Affittavolo, l'ostinato barone palermitano, il quale procrastina il pagamento delle 154 onze e 20 tari a favore dei Reverendi Don Vincenzo Falcone e Don Pietro Vacirca, legatari del fu Canonico La Russa, di cui si trovano fidecommessi.
Il Principe, informato dagl'interessati, manifesta tutto il suo rammarico per "I'attrasso" della somma dovuta; approva tutte le istanze fatte e li consiglia di rivolgersi ancora a Palermo, a suo cugino, per essere soddisfatti.
Dice di non comprendere il comportamento del barone sulla franchigia della mezza molitura, avendola egli accordata al Clero molto tempo prima del corrente affitto. Promette infine di accellerare la sua venuta a Licodia, "col Divino favore", per sistemare di persona ogni cosa.
La lettera, scritta a Scilla, porta la data del 23 marzo 1770.

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