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Per molti secoli gli appartenenti al foro ecclesiastico
usufruirono sempre di molti benefici e privilegi: in
particolare, della immunità dalle tasse. Essendo franchi, non
pagavano l'ammontare dell'imposta sul prezzo dei generi
sottoposti a gabella. Se, per esempio, nel Seicento un
chierico acquistava un quartuccio di vino, anziché pagarlo
cinque grani lo pagava quattro, poiché detraeva la tassa che
ammontava a un grano.
Questa franchigia si estendeva alle attività e a tutti i
generi sottoposti a gabelle baronali: carne, farina, olio,
vino, pesce e cosi via.
Tutte le persone ecclesiastiche lottavano e protestavano allo
scopo di ottenere la "polisa" e di allargarne la validità.
Ovviamente, tutto ciò avveniva in omaggio alla Religione della
quale essi erano i legittimi rappresentanti; e non perché gli
ecclesiastici dovessero far fronte a difficoltà di carattere
economico. Che anzi le condizioni economiche di molti
religiosi poggiavano su solide basi.
C'era poi chi investiva e chi s'industriava in altro modo per
consolidare il proprio capitale.
Nel 1708 il sacerdote Don Salvatore Di Martino, Vicario della
Città di Licodia, scrisse ai Giurati di Vizzini, per avere la
gabella del 'Fegho delli Mogli' di quel territorio.
Egli offriva 484 onze per tre anni: onze cento per l'anno
presente, così suddivise: onze 66 e venti tarì dal 1° Maggio,
le rimanenti 33 e dieci dal primo settembre. Per gli altri due
anni, 192 onze annuali da pagarsi in tre terziarie anticipate:
una al primo gennaio 1709, l'altra al primo maggio e la terza
al primo settembre; e cosi per il 1710. Per l'anno in corso,
infine, chiedeva il feudo "in erba et a majsare"; mentre per
gli altri due anni lo voleva per tutti gli usi. La proposta
non venne accettata. Fra i tanti avvenimenti che costellarono
la lunga e travagliata vita dei mulini di Licodia, merita di
essere ricordata la disputa sorta, nel Settecento, tra il
Clero e l'Arrendatario (ossia l'appaltatore delle gabelle,
comprese quelle dei mulini), il quale si rifiutava di
riconoscere agli Ecclesiastici gli antichi privilegi di cui
essi godevano nel territorio dello Stato.
Le prime avvisaglie si erano avute già nell'ottobre del 1721.
Il sacerdote don Domenico ludica aveva mandato ad uno dei
mulini tumoli otto e mondelli due di frumento. Per una metà
aveva ottenuto la cedola, o poliza, del gabelloto; mentre per
i rimanenti quattro tumoli era accaduto che il garzone,
dimenticando di andare prima dal gabelloto per
l'autorizzazione scritta, aveva portato i sacchi direttamente
al mulino allegando il solo polizino firmato dal sacerdote.
Il revisore, rilevata l'irregolarità, confiscò "li detti sachi
e si li macinò, e se li prese come fossero stati robba
propria".
Il sacerdote si rivolse subito al Vicario Foraneo di Licodia,
allo scopo di ottenere la restituzione del maltolto,
sottolineando la dimenticanza del servitore. Il Vicario
sottopose il caso alle autorità, lamentando altresì gli abusi
perpetrati contro gli Ecclesiastici, i quali non potevano
macinare il frumento se non dopo aver ottenuto la cedola dal
gabelloto. Quest'ultimo, inoltre, pretendeva limitare il
consumo mensile di frumento a tumoli sei per i sacerdoti e a
quattro per i chierici, con grave pregiudizio per la dignità
del Clero.
In verità gli Ecclesiastici si ritenevano lesi nei loro
diritti in quanto che erano convinti, e lo sostenevano con
forza, che da tempo immemorabile godevano della franchigia
della mezza molitura e della libertà ecclesiastica che, in
deroga all'obbligo per tutti i sudditi di macinare nei mulini
dello Stato, consentiva loro di andare a molire nei mulini
extra territorio dove, oltre la franchigia, venivano trattati
con particolare rispetto.
E siccome nel territorio di Lícodia gli affittuari o i
gabelloti che li rappresentavano, erano di diverso parere,
questi contrasti si trascinarono per molti anni, fino a
quando, nel 1768, avendo il Principe Ruffo dato in affitto lo
Stato al Barone Inguaggiato, la situazione precipitò.
Il clero locale, allora, che fondava le sue pretese su di un
ius non scritto (in quanto 16
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accordato oralmente dal Principe), su istanza del Procuratore,
Rev.do Don Carlo Antonio Bianco, convocò un Capitolo
probatorio allo scopo di ascoltare dei testimoni degni di
fede.
Il Capitolo, presieduto dal Vicario Rev. Marco Antonio Vitali,
il 26 aprile 1768 si riunì nella Curia vicariale.
II primo ad essere ascoltato fu Giuseppe Lo Bianco di anni 78,
il quale, dopo il giuramento di rito, disse di ricordare che
negli anni 1726 e 1727 fu fittaiolo dei mulini e, volendo
obbligare i sacerdoti a molire in questo Stato, fece ricorso
al Principe di Linguaglossa affittatore generale del
territorio, affinché costoro fossero richiamati al dovere dal
Vescovo di Siracusa.
Ma monsignor Ignazio Riggio, allora Vicario Generale di Sede
Vacante, fece sapere al Principe che non poteva costringere
"li suoi Chiesastici" a rinunziare "al privilegio che sempre
hanno goduto ab immemorabili di andare a molire in
qualsivoglia molino di alieno Territorio".
La stessa risposta fu data al Giudice Deputato Don Gregorio
Castelli.
Venuto a più miti consigli, il Lo Bianco trattò l'affare
bonariamente, promettendo agli Ecclesiastici che, se fossero
andati a molire nei mulini dello Stato, oltre a "farli franchi
della solita mezza molitura, l'avrebbe fatto ben servire".
Egli inoltre ammetteva che "sul piede dell'antichissima
consuetudine", il Clero aveva sempre mantenuto la sua libertà.
Nello stesso giorno venne ascoltato Emanuele Accardo, di anni
52, il quale riferì che il defunto genitore don Gioachino ebbe
più volte in gabella i mulini dello Stato di Licodia e mai
poté impedire che i reverendi, per la libertà di cui godevano,
si recassero a macinare fuori territorio. E che, avendo fatto
ricorso al Vescovo di Siracusa Monsignor Trigona, nulla
ottenne.
Testimoniò poi mastro Filippo Giuca, anch'egli "huius
Civitatis Licodiae", di anni 66, che tenne per otto anni la
gabella, nel tempo in cui l'affitto generale dello Stato si
faceva per conto del Signor Principe Padrone, al quale egli si
rivolse più volte, fin quando il Principe, Don Guglielmo
Antonio Ruffo, nel 1752 venne a Licodia e intimò un confronto
tra gli ecclesiastici e il gabelloto. Intese le ragioni,
ritenendo di non poter privare il Clero della goduta libertà,
ordinò al Giuca di farlo franco della mezza molitura come nei
mulini forestieri e di servirlo bene. Il giorno dopo fu il
turno di Vincenzo Giuca, di anni 44, inteso la Pupa. Egli
riferì che il padre, mastro Biagio, che ebbe in affitto i
mulini, mal sopportando che gli ecclesiastici andassero a
molire fuori territorio, si rivolse al Vescovo Monsignor
Testa, ma senza esito.
Il 30 aprile rese la sua deposizione Pio Falcone di anni 54,
inteso Valata, il quale confermò che negli anni in cui ebbe in
gabella i mulini, cioè dal 1762 al 1766, i prelati macinarono
sempre nei mulini forestieri, malgrado le sue rimostranze e i
ricorsi fatti all'Affittatore generale e alle autorità
ecclesiastiche. Anche il padre don Giuseppe, gabelloto molti
anni prima, era solito dire che nessuno poteva contestare agli
ecclesiastici il diritto di molire dove volevano. E solo
trattandoli bene e accordando loro la franchigia della mezza
molitura, ne aveva convinto alcuni a servirsi dei suoi mulini.
La sfilata dei testi continua. Tocca ora a mastro Filippo
Brullo, di anni 68, fare la sua deposizione davanti al
Capitolo.
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