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APPENDICE
 

LA GABELLA DI UN GRANO

<precedente
Nella lunga lettera diretta al Tribunale del Regio Patrimonio per tramite del Capitano di Giustizia, affermando costoro di essere stati chiamati in giudizio incolpevoli, confutavano le tesi della controparte asserendo che dalla data in cui fu stipulato il contratto a tutt'oggi, e perciò per oltre sessant'anni, mai lo Scarlata e suoi habenti ius et causam chiesero ai Giurati l'osservanza del privilegio in virtù del quale quel grano uno poteva essere aggregato e ingabellato unitamente con i grana cinque spettanti all'Università di Licodia su ogni tumulo di frumento macinato nei mulini di questa Terra, per esigere poi dai gabelloti la rispettiva rata.
E negli anni 1706 e 1707 quel grano veniva pagato separatamente, o dallo stesso gabelloto o da altre persone, sempre all'insaputa dei Giurati e perciò senza alcun loro intervento.
Pertanto, per i motivi sopra esposti, essi non potevano rispondere di quanto era accaduto negli anni passati e, a dimostrazione delle loro buone ragioni, allegavano una documentazione comprendente alcune testimonianze atte a dimostrare la veridicità delle loro argomentazioni, qui di seguito riportate.
Dagli atti del Notar Giovanni Antonio lancunzo della Città di Militello Val di Noto, risultava che nell'anno 1703 don Giacomo Interlandi, per mandato di don Pietro Angelo Interlandi suo nipote, ingabellò a Tommaso Lo Bianco della Terra di Licodia la gabella di un grano sopra ogni tumulo di frumento macinato dalla popolazione della Terra medesima, con pagamento dal primo di settembre sino a tutto il mese di agosto 1704. Per la gabella del predetto grano il Lo Bianco s'impegnava a pagare al netto la somma di onze ottanta in moneta contante, suddivisa in rate mensili.
L'anno dopo il Barone don Pietro Angelo dava la stessa gabella a mastro Francesco Lo Bianco della Terra di Licodia per onze sessantasei che il gabelloto promise di pagare di quadrimestre in quadrimestre con rata posticipata.
Dagli atti del Notaio Antonino Astuto di Licodia si rilevava che nel 1705 don Girolamo Interlandi, Barone del Bosco di S. Cono della Città di Caltagirone cedette a don Giuseppe Vitali della Terra di Licodia la gabella del grano uno per la somma di onze cinquantotto, col patto che onze 23 fossero date a don Ferdinando Ventura, Barone di Curulla di Monterosso, in quanto marito di Donna Angela Mugnos parente del fu Scipione Scarlata; le rimanenti 35 onze dovevano essere consegnate a don Pietro Angelo Interlandi fidecommissario dell'eredità; o a persona di sua fiducia in Licodia, "de tertio ad tertium posposito tempore", cioè in quadrimestri posticipati.
(Si è visto che tutti i contratti avevano decorrenza dal mese di settembre. In Sicilia decorrevano dal primo settembre le annate agrarie, i registri degli uffici e dei notai, le cariche pubbliche e l'indizione, antichissimo sistema di misurazione del tempo, che consisteva in un ciclo di quindici anni progressivamente numerati). Un'altra testimonianza a discarico dei Giurati fu resa dal Notaio Giuseppe Vitali. 14
Cosi' egli scriveva: "In tutta fede per me infrascritto Detentore dei libri di questa Università di Licodia, havendo cercato, visto e diligentemente osservato tutti li registri delle liberattioni delle Gabelle di detta Università dove sogliono tutti annotarsi le liberattioni incominciando dal Mille Seicento Ottanta, che sono in poter mio sino alla presente giornata haversi sempre dalli Spett.li Giurati passati ingabellati solamente li grana cinque per ogni tumulo di macina d'essa Città, senza mai descriversi annotarsi o apparere annotata la gabellatione o liberatt.ne del grano uno spettante all'heredità del quondam Scipione Scarlata, onde in fede del vero ho fatto la p.nte (presente) hoggi che corrono li venti marzo prima indizione 1708. Sotto scritta di mia propria mano..." I Giurati di Licodia a conclusione della lunga missiva così ben documentata, s'impegnavano tuttavia per il futuro a far aggregare il grano dell'Interlandi ai cinque grana della loro Università; far pagare ai gabelloti della macina la rata sul totale di sei grana e ripartirla in proporzione. Non tacendo però che questa operazione poteva risolversi in un danno giacché il gabelloto dovendo pagare la gabella di un grano al netto dei diritti di collettoria e guardia, poteva rifarsi sui cinque grana dell'Università, con un danno per quest'ultima e per il Regio Fisco.
Ciononostante, "attendendoni gli ordini opportuni ne restiamo noi dispostissimi ad esequire ogni minimo cenno delli comandi di V.E.
Le facciamo humilissimo inchino e le basciamo I'eccellentissimi piedi. Humilissimi servi D. Tiberio Morgano Giurato, D. Pietro Morgano Giurato, D. Francesco Antonio Gaudioso Giurato."

Tuttavia si può affermare che al Capitano di Giustizia di Vizzini le argomentazioni dei Giurati dovettero apparire deboli. Quando egli inoltrò l'esposto a Palermo, allegò questo giudizio che sembra quasi un'anticipazione della sentenza con la quale probabilmente il caso fu chiuso. Egli scriveva che vi erano molte parole inutili e lontane dalla verità; aggiungendo, quasi a volersi scusare, che comunque il ricorso doveva seguire il suo cammino, essendo egli un semplice esecutore di ordini del superiore Ufficio. "Multa sunt verba partis in presente supplicatione, et a veritate devia, et nihilominus currat in iuntio, stante quod ego sum merus esecutor litterarum E.S. et Tribunalis Regij Patrirnonii".
D. Nicolaus Platamone Capitaneus et Delegatus.
Die vigesimo nono martis 8. Ind.nis 1708.
 
 

(6) In quel tempo don Pietro Angelo risiedeva già a Caltagirone. Perciò è probabile che i discendenti di quel ramo della nobile famiglia che aveva la sua residenza a Licodia, si siano
trasferiti nel centro calatino verso la fine del sec. XVII. Infatti le ceneri del Barone don Pietro Angelo (forse nonno del nostro omonimo), morto nell'anno 1640, riposano nella nostra Chiesa
del Carmine dove sono sepolti anche i resti del suo predecessore
.
 

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