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Il 23 Novembre 1642 Don Scipione Scarlata e Interlandi, Barone
di Santo Stefano, stipulò un contratto di compravendita presso
il notaio Vincenzo Morgano di Licodia, in virtù del quale
acquistava, sulla gabella della macina, un grano (moneta
spicciola siciliana) sopra ogni tumulo di frumento macinato
nei mulini della Terra di Licodia, con facoltà di poter egli,
e i suoi eredi e successori, esigere liberamente il detto
grano dal gabelloto della macina; come pure di poterlo
gabellare ad altre persone o farlo esigere alla stessa maniera
con la quale ['Università (Città) di Licodia esigeva cinque
grana per
MULINO CASSUSO- L'interno del torrione visto dall'alto
ogni tumulo di frumento sulla gabella della macina.
Alla sua morte, la gabella del grano uno fu ereditata da Don
Giacomo Interlandi Barone del Casale e del Corvo, territorio
di Militello.
Quando nel 1703 costui mori, rimase erede il nipote Don Pietro
Angelo Interlandi e Santapau, Barone della Favarotta e di
Catalfaro (6), quale fidecommissario del fu Scipione Scarlata,
primo acquisitore di quella gabella. Quattro anni dopo, nel
1707, egli indirizzava una lettera al Tribunale del Regio
Patrimonio di Palermo, nella quale lamentava che avendo
comprato nella Terra di Licodia un grano sopra la gabella
della macina per ogni tumulo di frumento, con gli stessi
privilegi che godeva l'Università della suddetta Terra per
altri cinque grana per tumulo, i Magnifici Giurati e i
Gabelloti, disattendendo gl'impegni previsti dal contratto,
avevano percepito soltanto la gabella loro spettante, di onze
492, per cui il Barone reclamava la rata relativa alla gabella
del suo grano, per giunta al netto dagli interessi di
Collettoria che i gabelloti e i collettori invece pretendevano
di detrarre dalla sua rata.
Egli precisava che la gabella di detto grano doveva impiegarsi
in soddisfazione dei legati e di altre opere pie lasciate dal
Barone Scarlata. Perciò egli supplicava il Tribunale affinché
intervenisse d'autorità nei confronti dei Giurati e di tutti i
singoli ufficiali di Licodia, per far pagare la rata di quel
grano e senza alcuna riduzione.
Nella risposta pervenuta da Palermo, preso atto del contenuto
dell'esposto, facendo riferimento alla clausola contenuta nel
contratto di acquisto del 1642, si ordinava ai Giurati di far
pagare all' Interlandi, dai gabelloti e collettori, il grano
spettante sopra ogni tumolo di frumento macinato, nella
medesima forma con la quale essi riscuotevano la gabella di
grana cinque per l'Amministrazione di Licodia.
La qual cosa si doveva praticare anche in avvenire,
annualmente, dai gabelloti e collettori pro tempore, così da
assicurare al Barone il puntuale pagamento delle rate della
somma maturata nell'arco di ogni anno.
La lettera, datata 23 Ottobre 1707, portava le firme di Don
Carlos Felipe Antonio Spinola, Colonnello, e dei Maestri
Razionali loppulo, Colonna, Branciforti, ecc....
Malgrado ciò, non accadde nulla. Sicché il Barone Interlandi
nel gennaio del 1708 rinnovò la protesta indirizzando un'altra
lettera a Palermo, nella quale venivano riassunti gli stessi
motivi per i quali aveva già scritto l'anno precedente.
Lamentava altresì come i Giurati di Licodia sotto vari
pretesti non avessero dato esecuzione agli ordini pervenuti da
Palermo nell'ottobre del 1707.
Aggiungeva di essere ormai creditore di molte somme giacché i
passati gabelloti non avevano corrisposto quanto gli si
doveva, mentre anche per l'annualità presente non aveva
ricevuto alcuna rata.
Si degnasse pertanto detto Tribunale richiamare chi di dovere
per soddisfare interamente il credito del supplicante
costringendo, se necessario, i Giurati a risolvere
personalmente la spinosa faccenda. II 18 febbraio il Tribunale
palermitano trasmise l'istanza all'Ufficio capitaniale di
Vizzini unitamente con le disposizioni del caso.
Don Nicolò Platamone Capitano e Delegato della Città di
Licodia, scrisse in termini molto duri intimando ai Magnifici
Giurati don Tiberio Morgana, don Pietro Morgana e don
Francesco Gaudioso "...affinché fra il termine di tutt'oggi
che corrino li ventuna del corrente mese Marzo 1708 habiano,
vogliano et debiano, et ogn'uno di loro habia, voglia e debba
esequire et avere esequito inviolabilmente quelle lettere
ottente dal detto di Interlandi sopra il di 23 8bre passato
1707 esecutoriate per via di detto Tribunale del Regio
Patrimonio continenti di far pagare detti gabelloti e
collettori della Gabella della macina dell'anni passati di
detta Terra di Licodia a detto Barone di Interlandi quel grano
uno sopra ogni tumulo di fromento che si macina in detta
Terra, nella medesima forma e con l'istessi privileggi che
l'Università l'esigge li altri grana cinque per tumulo; e
detti gabelloti e collettori coertionare e costringere; come
ancora li gabelloti e collettori presenti di questo anno 1708
che pagassero detto grano effettivamente sopra ogni tumulo di
fromento per quanto viene ad importare secondo detta gabella
Alti detti gabelloti e collettori presenti fare continuare
alla soddisfazione di detto grano uno sopra ogni tumulo di
fromento a detto Interlandi in perpetuum per non permettersi
che venghi detto Barone altra volta impedito per I'esattione
di detto grano di macina; e questo sotto la pena di onze cento
per ogni uno di loro applicata al Regio Fisco di detto
Tribunale del R.(Regio) R(Patrimonio) tutte le volte non
esequiranno dette lettere sopra espressamente ottente ad
iustum di Interlandi Con pagare ancora de proprio detto grano
uno se non pagheranno detti gabelloti e collettori con tutte
l'ispese fatte ed a farsi e per la spedizione di dette
precitate lettere delegazionali et di altre spese Et intima al
Magn.co Giurato il più giovane quatenus (affinché) fra il
termine di giorni otto che s'habia, voglia e debia presentarsi
et haversi presentato in persona inante di detto Tribunale per
havere a legitimare la causa di non haver legittimamente
puntualmente eseguito l'ordini " Firmato: Platamone Capitaneus
et Delegatus in causa. Ce n'era abbastanza per scuotere
l'indifferenza dei Magnifici Giurati! La loro risposta fu
pronta e circostanziata.
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