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GLI ANTICHI MULINI AD ACQUA DELLA TERRA DI LICODIA

PREFAZIONE

PREMESSA ALLA SECONDA EDIZIONE

IL TERRITORIO

BREVI CENNI STORICI

IL FIUME GRANDE

I NOSTRI MULINI

LA GABELLA DI UN GRANO

I PRIVILEGI DEL CLERO

PROPRIETA DEI CAFFARELLI

CONSUETUDINI

LA TASSA SUL MACINATO

GESTIONE PRIVATA DEI MULINI

APPENDICE
 

I NOSTRI MULINI


Dei nostri mulini non si sa quasi nulla relativamente al periodo medievale.
E' però legittimo supporre che per soddisfare ai bisogni dei casale che sorgeva intorno al castello, qualche mulino dovesse esserci; perché il mulino, insieme con il forno del pane, con la bottega dell'artigiano, con la chiesa e via dicendo, era un elemento indispensabile alla comunità, alla quale assicurava una certa autosufficienza. E poi, in periodo feudale, il feudatario aveva interesse a costruire dei mulini nel proprio feudo, dai quali ricavava un lucro non indifferente, essendo costretti i contadini a farvi macinare il loro grano.(4)
C'è di più. Coi passare dei tempo i baroni avevano usurpato il diritto di costruire i mulini nei corsi d'acqua e nei fiumi dei loro possedimenti. Essendo pertanto i fiumi di loro proprietà, esigevano la gabella sul Molendinum, il mulino ad acqua, che veniva dato in affitto ai mugnai.
II mugnaio, responsabile di tutto, aveva diritto a percepire una molenda che oscillava dalla sedicesima alla ventesima parte della farina. (5)
Le prime notizie certe, documentate, risalgono al 1430. Da un atto di donazione di Calcerando Santapau, del 18 Aprile di quell'anno, si ricava che costui nominava il figlio Raimondo signore di molti possedimenti e, tra l'altro, della Terra e del Castrum di Licodia con i feudi di Lalia, Jurfo, Xiri, Mangalaviti, ecc... "et eorum molendinorum " (Archivio di Stato di Palermo, Documenti della famiglia Santapau).
Altri riferimenti si riscontrano negli anni 1642 e 1680.
Alcuni atti notarili consultati presso l'Archivio di Stato di Catania contengono riferimenti ben precisi ai mulini del Gramatico, del Nuovo e di Ragoleti, conosciuto poi col nome di Macchia Noce.
Ricadevano tutti e tre nel territorio del marchesato di Licodia.
Alcuni documenti di quegli anni trattano questioni di contabilità, relative a lavori eseguiti in più occasioni. Le persone interessate sono: il gabelloto dei mulini Antonio Compagnino da una parte, Di Martino Giuseppe e Dieli Filippo dall'altra.
Dall'atto notarile del Settembre 1705 leggiamo:
"... per haver annettato li saj al molino di Ragoleti per, giornati N. quaranta di huomini a raggione di tt.2,6 (tt.= tarì) per haver fatto consi e ripari al molino del Gramatico, cioè per haver annettato le saje del d. (detto) molino a 12 8bre 1704 ci hanno voluto huomini N.dieci alla raggione di tari dui il giorno si come di detti tt.20 ni appare relazione
fatta per l'atti di d. (detta) Corte sotto il 15 8bre 1704 Che in tutto le dette partite fanno la somma di onze tre e tari ventidue, né che se non si facevano li detti consi del modo sopradetto, li d.i (detti) molini non potevano macinare per 3,22
" (tre onze e ventidue tari ).
Da altri documenti dello stesso anno si legge ancora: "... per N. dui circhitelli di ferro tarì quattro. Per haver consato un spico al molino del Nuovo sotto li 5 Marzo tarì 4, per il fuso di detto molino tt.12, per un spico consato al molino del Nuovo sotto li 11 Maggio tari 12".
Francesco Di Martino è l'affittatore generale; gabelloto è sempre il Compagnino.

 

(4) II monopolio dei mulini e dei forni fu introdotto in Sicilia dai Normanni dopo la conquista dell'isola, avvenuta nel secolo XI.
Carlo I d'Angiò accentuò il peso di questo balzello. Egli costruiva mulini e forni, nei quali i sudditi erano obbligati a macinare il grano e a cuocere il pane. Spesso li dava in fitto con altre gabelle.
Solo il Clero, come vedremo più avanti, sfuggiva a questa ferrea regola, in virtù dei suoi privilegi. (Michele Amari, "Storia dei Musulmani di Sicilia", Vol. 3°, parte I, Capitolo X, pag., 334 - R. Prampolini Editore, Catania 1937 - XV); e"La Guerra del Vespro", capitolo 4°).
(5) In un diploma del 1168 si legge, tra le altre cose, che i catanesi dovevano pagare, nei mulini, una molenda di un tumulo di frumento e un mondello di farina per ogni salma. (R. Gregorio, "Considerazioni ", Libro I, cap. V).

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