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GLI ANTICHI MULINI AD ACQUA DELLA TERRA DI LICODIA

PREFAZIONE

PREMESSA ALLA SECONDA EDIZIONE

IL TERRITORIO

BREVI CENNI STORICI

IL FIUME GRANDE

I NOSTRI MULINI

LA GABELLA DI UN GRANO

I PRIVILEGI DEL CLERO

PROPRIETA DEI CAFFARELLI

CONSUETUDINI

LA TASSA SUL MACINATO

GESTIONE PRIVATA DEI MULINI

APPENDICE
 

IL FIUME GRANDE


II territorio di Licodia sin dall'antichità fu attraversato dal fiume Dirìllo, lungo circa quaranta chilometri, alimentato da importanti sorgive che scaturiscono anche dai nostri monti.
Le sue sponde sono basse e fiancheggiate da sistemi montuosi per buona parte della sua lunghezza.
Pare che il nome Dirillo sia recente. Ma si vuole che non possa nemmeno identificarsi col fiume Acate, benché un suo affluente conservi tuttora il nome di Agàte, esattamente sotto il nostro paese, dove si trovava la pregiata pietra Agata. Nell'ultimo tratto veniva chiamato fiume Greco. (3)
I nostri antenati lo chiamavano il Fiume grande perché era l'unico grosso torrente che attraversava le nostre terre.; e per distinguerlo dai corsi d'acqua minori, tra i quali il Fiumicello che scorre sul versante opposto del paese. Nelle sue acque si pescavano "i tinchi, le anguille e la minusa", cioè i pesciolini piccoli, buoni da friggere. Ora le anguille, impedite dall'enorme barricata di cemento a raggiungere il mare e a risalire il fiume, si trovano solo nella poca acqua che, oltre la diga, raggiunge il Mediterraneo.
Nel corso dei secoli la presenza dell'uomo fu costante nel territorio bagnato dal fiume.
La possibilità di insediarsi nelle immediate vicinanze di un corso d'acqua, era elemento fondamentale per la sopravvivenza.
II Dirillo inoltre attraversava un territorio particolarmente fertile e d'importanza strategica, per la vasta pianura che si apre oltre la linea della diga. La presenza di insediamenti umani lungo il letto dei fiume, nell'agro di Licodia, è testimoniata da una necropoli di epoca romana tarda, rinvenuta nel 1971 in corrispondenza della sponda destra del lago artificiale, in contrada Fossa Quadara, con materiale ceramico di probabile fabbrica locale. Un altro insediamento fu presente più a valle, sempre poco distante dal fiume (nel podere dei Signor Paolo Caruso), non lontano dalla proprietà dei Dottor Roberto Falcone. Stavolta non si tratta di necropoli.
I reperti archeologici rinvenuti anni or sono, andati in parte dispersi, comprendevano un notevole numero di grosse giare simili a quella che si trova nell'atrio dei Municipio; numerose monete in prevalenza del periodo romano imperiale; un cippo di forma parallelepipeda con segni e lettere e un mortaio conico in pietra nera. Questi due ultimi oggetti si trovano presso la Pro Loco. Questa comunità si era stanziata tra il fiume e la trazzera che scende oltre Macchia Noce. Trazzera che a mio giudizio dovette essere una delle principali vie di comunicazione che attraversavano quel territorio; ed è il prolungamento di quella del Bianchetto e dell'altra che passando per le cave di gesso, va oltre lo Scifazzo. Col diffondersi dei primi mulini, nelle nostre contrade si cominciò a sfruttare la forza idraulica che il Fiume Grande e i corsi d'acqua minori potevano fornire.
 

(3) P. Solarino. "La Contea di Modica". 8

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