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A distanza di qualche settimana viene decisa la chiusura del
mulino Paratore per difetto di macinazione.
Era successo che nelle vicinanze lavorava da qualche tempo
un nuovo mulino, sorto nel territorio di Vizzini.
Si
chiamava Coralla ed esercitava una forte concorrenza, sicché
la gente aveva finito per accordargli la sua preferenza.
Quando però questo mulino dovette far fronte a tutte le
richieste di macinazione dei paesi convicini, non fù più in
grado di soddisfarle. Fu così che la gente, e in particolare
i licodiani, pretesero la riapertura del mulino Paratore.
Il Comune non poteva certo ignorare i bisogni della
popolazione e accondiscese. Memore però della precedente
esperienza, si affrettò a cedere la gestione a privati
appaltatori mediante asta, come del resto aveva già fatto
nel trascorso mese di ottobre. (Siamo a dicembre) - La
prassi è quella solita.
L'offerta più vantaggiosa viene fatta dai signori Accardi,
Ferlisi, Guglielmino ed Aiello panettieri; i quali si
obbligano di pagare la tassa secondo le indicazioni del
contatore e col diritto di riscuotere la sedicesima parte di
frumento come molenda, e lire una e cent. 80 per tassa
macinato, per ogni quintale.
Essi pagheranno al Comune l'uguale somma di quella che sarà
richiesta dal Governo come tassa relativa al mulino
Paratore.
A garenzia della loro obbligazione i cessionari anticipano,
alla presenza di testimoni, la somma di lire centocinquanta,
moneta di bronzo. Devono inoltre pagare per ogni giorno lire
cinquanta che si tollerano in monete di bronzo, per far
fronte alle "significhe" del Governo. .
A suo tempo saranno fatti i dovuti compensi in più o in
meno.
I nuovi gestori si obbligano, altresì, sino a che il mulino
sarà ripreso per la macinazione dalla proprietaria Sig.ra
Baronessa Caffarelli, o un ordine superiore ne disporrà la
chiusura.
Si permetteranno ancora tutte le ispezioni che il Municipio
vorrà eseguire mediante funzionari o agenti, sia dentro che
fuori il mulino "per vegliare l'andamento della 38
macinazione, l'osservanza del contratto e la condotta dei
cessionari soli() t rapporti".
Il mulino sarà restituito nelle medesime condizioni in cui
viene consegnato.
Non si potrà pretendere alcun indennizzo per colmamento di
saie, rottura di diga, o logoramento di attrezzi che possano
fermare temporaneamente il mulino:
In precedenza era pervenuta al Comune una richiesta di
Sebastiano Agnello rappresentante della Baronessa Caffarelli,
il quale faceva presente che il mulino Gramatico gestito a
suo tempo dal Municipio per ragioni di ordine pubblico,
durante questo esercizio venne rovinato per la distruzione
della diga e per le colmature nelle saie, causate dalle
alluvioni.
E siccome quando fu ricevuto dal Comune il mulino era atto
alla macinazione, egli chiede che venga riportato allo stato
primitivo a spese dello stesso Comune. Ritenuta legittima la
richiesta, si corrisponde al signor Agnello la somma di lire
duecento.
Vengono poste pero delle condizioni.
L'Agnello
dovrà obbligarsi ad assumere la gestione del Gramatico per
la macinazione; dovrà versare inoltre lire 30 giornaliere al
Comune il quale s'impegna a sua volta a pagare al Governo
secondo le indicazioni del contatore e i relativi elenchi di
tassazione. Con quest'ultimo impegno si chiude un periodo
molto travagliato dell'attività dell'amministrazione
comunale di Licodia. In seguito tutti i mulini saranno
rilevati dalla proprietaria Baronessa Caffarelli che li
cederà in gabella ad altri gestori privati. Trascorrono un
paio di anni tranquilli.
L'attività dei mulini è tornata alla normalità e non si
lamentano più inconvenienti.
Almeno in apparenza. Perché sotto la cenere cova il
crescente malumore dei licodiani. Una volta tanto però, la
tassa sul macinato non c'entra.
Stavolta sono i mugnai a suscitare le ire dei cittadini, i
quali si rivolgono al Comune. Questi i fatti. I' mugnai, in
spregio alle più inveterate consuetudini e all'uso costante,
esigono la molenda in quantità superiore a quella prevista,
senza considerare le estorsioni e i soprusi che commettono a
danno delle persone che si portano nei mulini per la
macinazione.
Si è appreso che i mugnai determinerebbero la misura della
molenda a loro arbitrio, credendo di poterlo fare
trattandosi, a dir loro, di prestazioni di opere di gestori
privati. Enotorio inoltre come gli esercenti dei mulini
facciano abusi ed eccessi "sino al punto da provocare la
popolazione a fatti di cui non diede mai esempio". Costoro,
presi in gabella i mulini della Baronessa Caffarelli, "non
ebbero altro scopo se non quello di organizzarsi ai furti i
più' impudenti ed alle più' sconsigliate spoliazioni".
Sordi ed indifferenti alle raccomandazioni delle autorità e
in spregio alle lamentele della popolazione, i mugnai
esigono una eccessiva quantità di granaglie quale diritto di
molenda, oltre al quantitativo che sottraggono con la frode
e alla sostituzione di una qualità scadente con altra buona.
Ma la cosa più grave è che "il popolo minuto avvezzo
all'antichissimo sistema della sedicesima parte del genere
per diritto di molenda all'esercente", crede che i
funzionari addetti all'amministrazione comunale siano quanto
meno indifferenti alle angherie subite dalla povera gente e
facciano "impunemete procedere i mugnai a loro bell'agio". E
chissà che il popolo non sospetti un tacito accordo
sottobanco! D'altra parte tutti sanno che all'atto della
cessione in gabella, siglata tra gli esercenti e la
baronessa, si era convenuto che si dovesse esigere la
sedicesima parte se si trattava di frumento, l'ottava parte
se si macinava orzo.
A fugare ogni sospetto e con l'intento di porre un freno
agli abusi di cui sopra il Consiglio decide pertanto di
rivolgersi direttamente al Ministero dell'interno, affinché
ai mugnai di Licodia venga imposto di pretendere come
molenda la sedicesima parte di grano e l'ottava parte di
orzo; e ciò "per come dalle costanti e inveterate
consuetudini risulta". Nel caso in cui questa istanza non
fosse accolta dal Ministero, il Consiglio manifesta
l'intenzione di declinare la carica, ossia di dimettersi.
Malgrado tutto, i mulini continueranno a funzionare per
molti anni ancora e sulle trazzere proseguirà ininterrotto
il viavai delle bestie cariche di sacchi.
Abolita la tassa sul macinato e tolti gli odiati contatori,
la loro attività venne segnata sui registri di carico e
scarico.
Attività
intensa, se si considera che alcuni di essi sono impegnati
anche nel giorno festivo.
Infatti nei primi anni del Novecento, Salvatore La Spada
gestore del mulino ad acqua Nuovo, subentrato a Francesco
Fede che in precedenza eserciva per conto proprio i mulini
del Barone Caffarelli, presenta un'istanza
all'amministrazione comunale affinché usufruisca del riposo
il giovedì anziché la domenica, giorno in cui molte persone,
in prevalenza agricoltori, vanno a macinare.
Ma l'era dei mulini ad acqua è destinata a tramontare.
All'inizio del nuovo secolo, in via Salnitro è attivo un
mulino a palmenti, ma con la mola azionata da un motore a
gas.
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Proprietari del mulino, denominato S. Paolo, sono i fratelli
Di Martino Gaetano e Vili(:(![]/() fu Angelo.
Nel 1915, mentre l'Italia entra in guerra, è in funzione un
altro mulino denominalo S. Margherita. Edel tipo a vapore.
Nel volgere di pochi mesi, a causa degli eventi bellici,
quasi tutti i mulini ad acqua sono chiusi, ad eccezione del
Nuovo, gestito ancora da La Spada Salvatore. Si giunge cosi'
al 1917. II Comune, per fronteggiare la situazione, fa
istanza affinché a Failla Salvatore, dichiarato abile alla
visita militare, venga concessa una licenza straordinaria
onde evitare che la sua partenza determini la immediata
chiusura del mulino a vapore S. Margherita, del quale egli è
proprietario e guidatore. Poiché il S. Paolo è già fermo,
essendo il titolare sotto le armi, la chiusura dell'unico
mulino ancora aperto in paese, potrebbe arrecare gravissimi
disagi alla popolazione, con grave pregiudizio per l'ordine
pubblico.
Due mesi dopo viene avanzata una richiesta analoga, intesa
ad ottenere il temporaneo esonero dal servizio militare del
soldato Di Martino Agatino fu Paolo, allo scopo di far
riaprire il mulino S. Paolo, di cui egli è proprietario e
gestore diretto. Il funzionamento di questo opificio si
rende indispensabile, in quanto l'altro mulino S. Margherita
è adibito esclusivamente alla produzione della farina che
viene distribuita alla popolazione e ai pastai; e ciò in
base alle tassative disposizioni di legge emanate per far
fronte alla critica situazione determinata dallo stato di
guerra. Negli anni del primo dopoguerra è attivo anche il
mulino S. Giuseppe, sito in via S. Pietro il Vecchio, nel
quartiere Nostra Donna (Divenuto frantoio in tempi recenti).
Ne sono comproprietari i signori Di Martino Angelo di
Vincenzo e Falcone Giovanni Sebastiano fu Giuseppe.
In quegli stessi anni i Di Martino, che da più generazioni
si dedicano ormai a questa importantissima attività,
sostituiscono il mulino di via Salnitro con uno a cilindri,
di nuova costruzione, presso il Fondaco Vecchio, sotto il
castello (11). Intanto, dopo il conflitto, anche i vecchi
mulini ad acqua hanno ricominciato a macinare; ma la loro
plurisecolare parabola sta per concludersi. II primo a
chiudere, stavolta per sempre, è il Paratore.
La concorrenza dei nuovi, moderni mulini sorti nel centro
abitato si fa sentire pesantemente.
Tuttavia molte persone preferiscono portare il grano nei
mulini ad acqua, che con il loro antico sistema di
lavorazione, rimasto inalterato nei secoli, assicurano un
prodotto particolarmente genuino. E ciò, malgrado le
difficoltà dovute alla distanza e alle cattive condizioni
delle strade e delle trazzere, specialmente nella stagione
invernale.
Nel 1927 è ancora attivo il mulino Nuovo, il solo che
provveda la popolazione di farina integrale. Spesse volte è
difficoltoso accedervi per i continui guasti al ponte
Pirrone. La sua attività si protrasse per diversi anni.
Ne fu titolare Di Pietro Matteo di Pasquale.
Da costui fu venduto a Randello Carmelo che lo gestì fino al
1953, anno in cui fu definitivamente chiuso.
Anche il Cassuso fu gestito da Matteo Di Pietro. La sua
attività cessò nel 1940, allo scoppio della seconda guerra
mondiale.
Sotto la direzione di Di Pietro Pasquale, padre di Matteo,
il mulino Gramatico fu attivo sino agli anni quaranta.
Passato in eredità alla figlia Angelina, costei sposò il
signor Di Martino Giuseppe che assunse la gestione del
mulino.
Il Gramatico si fermò nel tardo dopoguerra, quasi
contemporaneamente al Nuovo. L'ultimo a mollare fu quello di
Macchia Noce che rimase in attività sino al 1962 circa. Il
progresso aveva vinto!
Di questo patrimonio oggi rimane ben poca cosa. Solo qualche
rudere o qualche costruzione fatiscente, miracolosamente in
piedi, in attesa dell'ultima spallata che il tempo e
l'incuria degli uomini stanno per assestare.
Vecchie macine e tramogge in pezzi sono le superstiti
testimonianze di una civiltà rurale che poteva essere un
vanto per Licodia e che, invece, va in rovina.
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