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Nell'antichità, allorché l'uomo imparò a lavorare la terra e a
farla produrre, i cereali costituirono la parte preponderante
della produzione. Per lui si pose il problema della molitura.
Ma la sola energia che poteva sfruttare era costituita dalla
sua forza muscolare e da quella degli animali ch'egli aveva
addomesticato. Perciò il grano in origine venne frantumato a
colpi di pietra e, successivamente, nel mortaio a colpi di
pestello. Seguirono altri sistemi di molitura, più o meno
primitivi, tra i quali un rudimentale sistema di macina
rotante costituito da due pietre circolari sovrapposte; quella
inferiore fungeva da base, la superiore vi girava sopra.
Quando si giunge alla fine dell'Impero Romano, l'uomo ha già
imparato a sfruttare in modo razionale una delle forme di
energia che la natura gli offre: la forza idraulica. Per far
girare la macina non sarà più necessaria la spinta delle
braccia degli schiavi o la forza di un animale.
La via è tracciata. Si cerca ora il sistema che meglio
consenta di sfruttare la forza dell'acqua. Ne consegue una
serie di accorgimenti tecnici che hanno lo scopo di ottenere
il miglior risultato col minor spreco. II più antico mulino ad
acqua era conosciuto col nome di mulino greco o scandinavo.
Era formato da un'asse verticale che nella parte inferiore
aveva una serie di palette atte a ricevere la spinta
dell'acqua; nella parte superiore, attraversata la macina
fissa, era solidale con la macina rotante.
Seguì, nel primo secolo a.C., un mulino più efficiente, ideato
da un famoso architetto romano del periodo di Cesare e di
Augusto, di nome Vitruvio, e perciò detto vitruviano, in cui
la ruota idraulica era verticale ed era collegata all'asse
verticale della macina rotante mediante ingranaggi di legno.
Un diverso numero di giri tra macina e ruota idraulica
consentiva un migliore sfruttamento dell'energia ed una
maggiore quantità di farina per ogni ora. (1) Tuttavia solo
nel Medioevo le civiltà mediterranee, grandi consumatrici di
farina, cominciarono ad utilizzare il mulino vitruviano e si
ebbe una diffusione su larga scala dei mulini, giacché col
riconoscimento ufficiale della religione cristiana subentrò il
divieto di utilizzare gli schiavi; e anche gli animali furono
sostituiti dalla ruota idraulica. Nacque così il mestiere del
molendino o mugnaio, che si diffuse rapidamente. Determinanti
risultarono le caratteristiche dei corsi d'acqua e delle
condizioni climatiche del territorio in cui essi si snodavano.
L'attività del mulino poteva essere compromessa da un clima
troppo rigido dove il fiume poteva essere soggetto al gelo; o
dalla scarsità d'acqua che il torrente poteva soffrire nel
periodo estivo.
Anche lo straripamento causava danni notevoli, come si vedrà
in seguito, poiché bloccava la normale quotidiana attività del
mulino, con conseguente disagio per chi doveva macinare; e per
il danno economico che subiva il gestore. Là dove però non
esistevano corsi d'acqua, i primitivi sistemi non furono
abbandonati. (2)
Nacquero anche i primi problemi relativi al diritto di
disporre dei corsi d'acqua e alla costruzione di presa ('a
prisa) e canalizzazione e alla manutenzione che doveva
assicurare il normale funzionamento dell'impianto. Per coprire
le spese e ricavare un certo vantaggio, era necessario che il
mulino funzionasse a pieno ritmo. Ma nel periodo invernale
un'improvvisa piena poteva spazzare via lo sbarramento; oppure
per l'abbondanza delle piogge si intasavano le gore.
Inoltre bisognava mettere nel conto altri imprevisti, non
esclusi quelli di natura fiscale. In epoca molto più recente,
per esempio, a complicare le cose giunse la tassa sul
macinato, che fu sempre osteggiata dalle popolazioni. Questo
balzello si pagava nei diversi Stati in cui era divisa
l'Italia.
Compiuta ['Unità, si tentò di ripristinare questa imposta sul
territorio nazionale. Conclusa la terza guerra d'indipendenza,
due anni dopo, nel 1868, il Parlamento "approvava la legge sul
macinato nell'intento di pareggiare il bilancio". "Le
conseguenze della sua applicazione- si legge in un documento -
furono drammatiche; non essendosi provveduto tempestivamente a
distribuire i contatori, necessari per misurare la farina e
applicare la tassa, molti mulini dovettero esser chiusi e
venne a mancare il pane". Scoppiarono tumulti e molte
amministrazioni furono costrette a prendere drastici
provvedimenti o ad accollarsi l'onere del funzionamento, in
attesa di una schiarita. Fortunatamente nel 1880 la famigerata
tassa venne abolita.
Nelle nostre contrade i mulini ad acqua continuarono a vivere
sino agli anni terribili della seconda guerra mondiale e anche
oltre.
Ma la loro stagione era finita. II progresso e le nuove
tecniche fermarono per sempre le vecchie macine. La diga di
Ragoleti, sbarrando il Dirillo con la sua mole possente,
divenne la barriera che divideva per sempre il passato dal
presente, il vecchio dal nuovo. E anche per l'ultimo, glorioso
mulino di Macchia Noce come vedremo, fu la fine.
(1)In Sicilia non si sa se il mulino meccanico
descritto da Vitruvio sia esistito durante la dominazione
Bizantina: mentre è certo che esistesse sotto gli Arabi
(2) E il mulino fu detto centimulo. dalla forma
appuntita delle due macine sovrapposte.
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