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GLI ANTICHI MULINI AD ACQUA DELLA TERRA DI LICODIA

PREFAZIONE

PREMESSA ALLA SECONDA EDIZIONE

IL TERRITORIO

BREVI CENNI STORICI

IL FIUME GRANDE

I NOSTRI MULINI

LA GABELLA DI UN GRANO

I PRIVILEGI DEL CLERO

PROPRIETA DEI CAFFARELLI

CONSUETUDINI

LA TASSA SUL MACINATO

GESTIONE PRIVATA DEI MULINI

APPENDICE
 

BREVI CENNI STORICI


Nell'antichità, allorché l'uomo imparò a lavorare la terra e a farla produrre, i cereali costituirono la parte preponderante della produzione. Per lui si pose il problema della molitura.
Ma la sola energia che poteva sfruttare era costituita dalla sua forza muscolare e da quella degli animali ch'egli aveva addomesticato. Perciò il grano in origine venne frantumato a colpi di pietra e, successivamente, nel mortaio a colpi di pestello. Seguirono altri sistemi di molitura, più o meno primitivi, tra i quali un rudimentale sistema di macina rotante costituito da due pietre circolari sovrapposte; quella inferiore fungeva da base, la superiore vi girava sopra.
Quando si giunge alla fine dell'Impero Romano, l'uomo ha già imparato a sfruttare in modo razionale una delle forme di energia che la natura gli offre: la forza idraulica. Per far girare la macina non sarà più necessaria la spinta delle braccia degli schiavi o la forza di un animale.
La via è tracciata. Si cerca ora il sistema che meglio consenta di sfruttare la forza dell'acqua. Ne consegue una serie di accorgimenti tecnici che hanno lo scopo di ottenere il miglior risultato col minor spreco. II più antico mulino ad acqua era conosciuto col nome di mulino greco o scandinavo.
Era formato da un'asse verticale che nella parte inferiore aveva una serie di palette atte a ricevere la spinta dell'acqua; nella parte superiore, attraversata la macina fissa, era solidale con la macina rotante.
Seguì, nel primo secolo a.C., un mulino più efficiente, ideato da un famoso architetto romano del periodo di Cesare e di Augusto, di nome Vitruvio, e perciò detto vitruviano, in cui la ruota idraulica era verticale ed era collegata all'asse verticale della macina rotante mediante ingranaggi di legno.

Un diverso numero di giri tra macina e ruota idraulica consentiva un migliore sfruttamento dell'energia ed una maggiore quantità di farina per ogni ora. (1) Tuttavia solo nel Medioevo le civiltà mediterranee, grandi consumatrici di farina, cominciarono ad utilizzare il mulino vitruviano e si ebbe una diffusione su larga scala dei mulini, giacché col riconoscimento ufficiale della religione cristiana subentrò il divieto di utilizzare gli schiavi; e anche gli animali furono sostituiti dalla ruota idraulica. Nacque così il mestiere del molendino o mugnaio, che si diffuse rapidamente. Determinanti risultarono le caratteristiche dei corsi d'acqua e delle condizioni climatiche del territorio in cui essi si snodavano.
L'attività del mulino poteva essere compromessa da un clima troppo rigido dove il fiume poteva essere soggetto al gelo; o dalla scarsità d'acqua che il torrente poteva soffrire nel periodo estivo.
Anche lo straripamento causava danni notevoli, come si vedrà in seguito, poiché bloccava la normale quotidiana attività del mulino, con conseguente disagio per chi doveva macinare; e per il danno economico che subiva il gestore. Là dove però non esistevano corsi d'acqua, i primitivi sistemi non furono abbandonati. (2)
Nacquero anche i primi problemi relativi al diritto di disporre dei corsi d'acqua e alla costruzione di presa ('a prisa) e canalizzazione e alla manutenzione che doveva assicurare il normale funzionamento dell'impianto. Per coprire le spese e ricavare un certo vantaggio, era necessario che il mulino funzionasse a pieno ritmo. Ma nel periodo invernale un'improvvisa piena poteva spazzare via lo sbarramento; oppure per l'abbondanza delle piogge si intasavano le gore.
Inoltre bisognava mettere nel conto altri imprevisti, non esclusi quelli di natura fiscale. In epoca molto più recente, per esempio, a complicare le cose giunse la tassa sul macinato, che fu sempre osteggiata dalle popolazioni. Questo balzello si pagava nei diversi Stati in cui era divisa l'Italia.
Compiuta ['Unità, si tentò di ripristinare questa imposta sul territorio nazionale. Conclusa la terza guerra d'indipendenza, due anni dopo, nel 1868, il Parlamento "approvava la legge sul macinato nell'intento di pareggiare il bilancio". "Le conseguenze della sua applicazione- si legge in un documento - furono drammatiche; non essendosi provveduto tempestivamente a distribuire i contatori, necessari per misurare la farina e applicare la tassa, molti mulini dovettero esser chiusi e venne a mancare il pane". Scoppiarono tumulti e molte amministrazioni furono costrette a prendere drastici provvedimenti o ad accollarsi l'onere del funzionamento, in attesa di una schiarita. Fortunatamente nel 1880 la famigerata tassa venne abolita.
Nelle nostre contrade i mulini ad acqua continuarono a vivere sino agli anni terribili della seconda guerra mondiale e anche oltre.
Ma la loro stagione era finita. II progresso e le nuove tecniche fermarono per sempre le vecchie macine. La diga di Ragoleti, sbarrando il Dirillo con la sua mole possente, divenne la barriera che divideva per sempre il passato dal presente, il vecchio dal nuovo. E anche per l'ultimo, glorioso mulino di Macchia Noce come vedremo, fu la fine.


(1)In Sicilia non si sa se il mulino meccanico descritto da Vitruvio sia esistito durante la dominazione Bizantina: mentre è certo che esistesse sotto gli Arabi
(2) E il mulino fu detto centimulo. dalla forma appuntita delle due macine sovrapposte.

 

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