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GLI ANTICHI MULINI AD ACQUA DELLA TERRA DI LICODIA

PREFAZIONE

PREMESSA ALLA SECONDA EDIZIONE

IL TERRITORIO

BREVI CENNI STORICI

IL FIUME GRANDE

I NOSTRI MULINI

LA GABELLA DI UN GRANO

I PRIVILEGI DEL CLERO

PROPRIETA DEI CAFFARELLI

CONSUETUDINI

LA TASSA SUL MACINATO

GESTIONE PRIVATA DEI MULINI

APPENDICE
 

PROPRIETA' DEI CAFFARELLI

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L'acqua, precipitando dall'alto del "buttigghiuni", un robusto torrione in muratura, s'incanalava in un tubo metallico dal quale fuorusciva con forza, scaricando la sua energia contro le palette della ruota idraulica, provocandone la rotazione attorno al suo asse verticale.
Più alto era il torrione, maggiori erano la pressione e la spinta.
La volta ad arco, sotto il pavimento della stanza delle macine, dove la ruota appesa all'asse girava, si chiamava CAMMIRA.
Allo stesso asse che attraversando lo spessore del pavimento penetrava all'interno, era unita la macina che ruotava perciò contemporaneamente alla ruota. L'acqua, dopo aver trasmesso l'energia alle pale con la sua spinta, oltrepassava la ruota e usciva dalla "cammira" per continuare la sua corsa all'aperto, nella saia.
Infatti la ruota idraulica non poteva essere bloccata poiché il getto d'acqua, spingendo con impeto contro le palette ferme, le avrebbe frantumate.
Per la fermata provvisoria, normale durante il ciclo lavorativo, c'era all'interno una leva d'arresto mediante la quale si azionava un congegno che terminava con una pala metallica che, sollevandosi, deviava verso l'alto l'acqua che schizzava dal foro d'uscita. La ruota, non ricevendo più' la spinta, si fermava e bloccava la macina essendo con essa solidale.
All'altro sistema di fermata si ricorreva invece, solo in caso di maltempo.
Nel tratto terminale della saia, a circa 8 metri dal buttiglione, veniva abbassata una saracinesca metallica e l'acqua deviava lateralmente disperdendosi.
Si evitava così che la sterpaglia, i sassi e quant'altro l'acqua poteva trascinare, cadessero all'interno del "buttigghiuni", otturandolo e compromettendo il funzionamento del mulino. Senza dire che ripulire quel profondo tunnel comportava un'immensa fatica. Per assicurare il normale funzionamento del mulino, la saia doveva avere una portata di almeno 30/35 litri al secondo.
Le fasi della molitura del grano erano molto semplici. Il frumento veniva versato nella tramoggia, che consiste in una cassetta piramidale capovolta; e attraverso l'apertura in basso, cadeva nel buco circolare centrale della mola, chiamata collo.
Così il grano veniva a trovarsi nello spazio compreso fra la mola fissa che formava la base e la mola girevole che col suo peso lo frantumava e polverizzava sino a diventare farina.
Questa, seguendo le scanalature della mola, fuorusciva attraverso il canale e veniva raccolta nel "Matraru" che era una cassa di legno da dove poi veniva insaccata.
La prima farina macinata, circa un tumulo, si disponeva tutt'intorno alla macina rotante in modo da formare un bordo protettivo che impediva la dispersione dell'altra farina sotto forma di polvere.
Nella tramoggia era applicato un congegno sonoro che, avvertiva il mugnaio quando la quantità di frumento stava per esaurirsi.
Da un buco praticato sulla parete anteriore pendeva uno spago alla cui estremità erano legate delle lamelle metalliche.
L'altra estremità, terminante con un grosso nodo, era tenuta ferma all'interno dal peso del grano.
Quando il livello del frumento si abbassava oltre il buco, lo spago non più trattenuto, scivolava all'esterno e le lamelle andavano a posarsi sulla macina rotante, producendo un caratteristico tintinnio.
Quando il rilievo delle scanalature si consumava, la macina mobile veniva sollevata mediante grossi bastoni usati come leva; e con un meticoloso lavoro di scalpello si rifacevano i "denti".
La macina girevole era formata da un anello centrale e da dodici tasselli trapezoidali, tenuti fermi insieme da due cerchi di ferro. Poteva pesare sino a dieci quintali.
La ruota idraulica, situata nella cammira, aveva i raggi e il cerchio di ferro; le palette o pigne, di legno.
Il mulino di Macchia della Noce macinava in media quattro tumoli di frumento l'ora (circa 70 chilogrammi).
Il mulino più' grosso era quello di contrada Cassuso. Macinava sino a cento chilogrammi di grano l'ora. Veniva alimentato dall'acqua del Fiumicello, il quale scorre nel vallone che attraversa il Ficarrito, l'Orto del quadro, ecc....
La saia, continuando il suo cammino in pendenza oltre il Cassuso, raggiungeva e alimentava il mulino del Nuovo.
Oltre al grano, si macinavano l'orzo, i ceci, il granone, ecc..., per i quali si destinava uno dei mulini.
Qualche volta vi si macinava anche il tabacco.
Gli inconvenienti si presentavano specialmente nella stagione invernale, poiché quando le piogge cadevano abbondanti, si aveva la piena e lo straripamento del fiume.
Lo sbarramento (da noi chiamato 'prisa'), veniva travolto e l'acqua non raggiungeva più il mulino attraverso la saia.
Bisognava ricostruirlo nel più breve tempo possibile, col concorso di uomini e ragazzi.
 

 

 

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