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L'acqua, precipitando dall'alto del "buttigghiuni", un robusto
torrione in muratura, s'incanalava in un tubo metallico dal
quale fuorusciva con forza, scaricando la sua energia contro
le palette della ruota idraulica, provocandone la rotazione
attorno al suo asse verticale.
Più alto era il torrione, maggiori erano la pressione e la
spinta.
La volta ad arco, sotto il pavimento della stanza delle
macine, dove la ruota appesa all'asse girava, si chiamava
CAMMIRA.
Allo stesso asse che attraversando lo spessore del pavimento
penetrava all'interno, era unita la macina che ruotava perciò
contemporaneamente alla ruota. L'acqua, dopo aver trasmesso
l'energia alle pale con la sua spinta, oltrepassava la ruota e
usciva dalla "cammira" per continuare la sua corsa all'aperto,
nella saia.
Infatti la ruota idraulica non poteva essere bloccata poiché
il getto d'acqua, spingendo con impeto contro le palette
ferme, le avrebbe frantumate.
Per la fermata provvisoria, normale durante il ciclo
lavorativo, c'era all'interno una leva d'arresto mediante la
quale si azionava un congegno che terminava con una pala
metallica che, sollevandosi, deviava verso l'alto l'acqua che
schizzava dal foro d'uscita. La ruota, non ricevendo più' la
spinta, si fermava e bloccava la macina essendo con essa
solidale.
All'altro sistema di fermata si ricorreva invece, solo in caso
di maltempo.
Nel tratto terminale della saia, a circa 8 metri dal
buttiglione, veniva abbassata una saracinesca metallica e
l'acqua deviava lateralmente disperdendosi.
Si evitava così che la sterpaglia, i sassi e quant'altro
l'acqua poteva trascinare, cadessero all'interno del "buttigghiuni",
otturandolo e compromettendo il funzionamento del mulino.
Senza dire che ripulire quel profondo tunnel comportava
un'immensa fatica. Per assicurare il normale funzionamento del
mulino, la saia doveva avere una portata di almeno 30/35 litri
al secondo.
Le fasi della molitura del grano erano molto semplici. Il
frumento veniva versato nella tramoggia, che consiste in una
cassetta piramidale capovolta; e attraverso l'apertura in
basso, cadeva nel buco circolare centrale della mola, chiamata
collo.
Così il grano veniva a trovarsi nello spazio compreso fra la
mola fissa che formava la base e la mola girevole che col suo
peso lo frantumava e polverizzava sino a diventare farina.
Questa, seguendo le scanalature della mola, fuorusciva
attraverso il canale e veniva raccolta nel "Matraru" che era
una cassa di legno da dove poi veniva insaccata.
La prima farina macinata, circa un tumulo, si disponeva tutt'intorno
alla macina rotante in modo da formare un bordo protettivo che
impediva la dispersione dell'altra farina sotto forma di
polvere.
Nella tramoggia era applicato un congegno sonoro che,
avvertiva il mugnaio quando la quantità di frumento stava per
esaurirsi.
Da un buco praticato sulla parete anteriore pendeva uno spago
alla cui estremità erano legate delle lamelle metalliche.
L'altra estremità, terminante con un grosso nodo, era tenuta
ferma all'interno dal peso del grano.
Quando il livello del frumento si abbassava oltre il buco, lo
spago non più trattenuto, scivolava all'esterno e le lamelle
andavano a posarsi sulla macina rotante, producendo un
caratteristico tintinnio.
Quando il rilievo delle scanalature si consumava, la macina
mobile veniva sollevata mediante grossi bastoni usati come
leva; e con un meticoloso lavoro di scalpello si rifacevano i
"denti".
La macina girevole era formata da un anello centrale e da
dodici tasselli trapezoidali, tenuti fermi insieme da due
cerchi di ferro. Poteva pesare sino a dieci quintali.
La ruota idraulica, situata nella cammira, aveva i raggi e il
cerchio di ferro; le palette o pigne, di legno.
Il mulino di Macchia della Noce macinava in media quattro
tumoli di frumento l'ora (circa 70 chilogrammi).
Il mulino più' grosso era quello di contrada Cassuso. Macinava
sino a cento chilogrammi di grano l'ora. Veniva alimentato
dall'acqua del Fiumicello, il quale scorre nel vallone che
attraversa il Ficarrito, l'Orto del quadro, ecc....
La saia, continuando il suo cammino in pendenza oltre il
Cassuso, raggiungeva e alimentava il mulino del Nuovo.
Oltre al grano, si macinavano l'orzo, i ceci, il granone,
ecc..., per i quali si destinava uno dei mulini.
Qualche volta vi si macinava anche il tabacco.
Gli inconvenienti si presentavano specialmente nella stagione
invernale, poiché quando le piogge cadevano abbondanti, si
aveva la piena e lo straripamento del fiume.
Lo sbarramento (da noi chiamato 'prisa'), veniva travolto e
l'acqua non raggiungeva più il mulino attraverso la saia.
Bisognava ricostruirlo nel più breve tempo possibile, col
concorso di uomini e ragazzi.
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