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Una vera e propria fortezza naturale, difesa dalle profonde
gole delle valle dell’Anapo e dal Calcinara, unita
all’altopiano da uno stretto istimo, tagliato da un profondo
fossato. Pantalica fu rifugio antichissimo delle popolazioni
autoctone che lì cercarono rifugio, tra il XIII e l’VIII
secolo avanti Cristo, dalle minacciose invasioni di
popolazioni italiche che arrivavano sulla costa. Una città
che divenne fiorente, e della quale oggi resta soltanto il
grande basamento dell’Anakroton, il palazzo del principe.
Abbandonato nel periodo greco, il sito di Pantalica tornò ad
essere abitato in epoca bizantina sino alla dominazione
araba, che in zona portò alla fondazione di Cassaro, Buscemi
e Buccheri.
L’importanza storica, archeologica ed anche naturalistica di
Pantalica è data dalle oltre cinquemila tombe a grotticella
risalenti a periodi diversi, scavate nelle pareti a picco
della valle, che si estende su un territorio di circa 80
ettari. Fu l’archeologo Paolo Orsi a dare una collocazione
temporale alla grande città dei morti di Pantalica. Due
necropoli, Nord e Nord Ovest sono quelle più antiche, e
risalgono al XIII-X secolo a.C.; tre, quella Sud, quella di
Filiporto e Cavetta, risalgono invece al IX-VIII secolo a.C..
A nove chilometri da Ferla, percorrendo un costone roccioso,
si arriva alla necropoli di Filiporto. Inoltrandosi nel sito
si raggiungono i resti di un villaggio bizantino e
l’oratorio di San Micidiario sino ad arrivare al fondovalle
dove scorre l’Anapo. Risalendo la valle si incontra
l’oratorio di San Nicolicchio e si arriva all’Anakroton,
l’unico vestigio rimasto dell’antica città di Pantalica.
L’altro versante dell’area archeologica con le necropoli
Nord e la necropoli Cavetta, si raggiunge da Sortino.
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