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Itinerario cittadino

È opportuno iniziare la visita di Siracusa dall'isola di Ortigia, nucleo della città antica. Passato il ponte che unisce Ortigia alla terraferma, si incontrano i resti del tempio dedicato ad Apollo, secondo quanto attesta un'iscrizione, rinvenutavi in un gradino. Il tempio, rimesso in luce nel decennio 1930-40, conserva due colonne del lato meridionale, con parte dell'epistilio e di alcune colonne del lato orientale; in origine, come altri templi d'età arcaica, era a 6 colonne sui lati brevi e 17 su quelli lunghi (la cella divisa in navate da colonne, senza l'opistodomo), ed era rivestito da una decorazione policroma fittile (alcuni frammenti sono conservati nel Museo archeologico regionale di Siracusa). In età bizantina, il tempio di Apollo fu chiesa cristiana, e moschea in età musulmana. Si supera, ora, la settecentesca chiesa di San Paolo, e si entra nel corso Matteotti; dopo il palazzo Cireco, sede dell'Istituto nazionale del dramma antico, e la chiesa di San Cristoforo, trecentesca, riedificata nel XVIII sec., si arriva nell'ottocentesca piazza Archimede, punto di confluenza dei due assi principali della città (via Maestranza e via Roma), e centro di Ortigia. La piazza ha, al centro, la fontana di Artemide, di Giulio Moschetti, ed è delimitata da edifici di notevole dignità artistica come il palazzo dell'Orologio, sede della Banca d'Italia, il cinquecentesco palazzo Lanza Buccheri, ed il palazzo del Banco di Sicilia, costruito ne1 1928. Dalla piazza, salendo per via Montalto, si giunge al palazzo Mergulese- Montalto, che conserva la bella e ampia facciata, col portale ad arco acuto, e un'edicola, con una iscrizione in latino, recante l'anno di edificazione: 1397. Procedendo lungo la via Roma, si arriva alla chiesa della Concezione, edificata nel sec. XVII su un precedente edificio trecentesco. All'interno, sono degni di nota: il coro ligneo, sec. XVIII; gli affreschi della volta, raffiguranti la Gloria di Maria, e tre interessanti tele di Onofrio Gabrielli: la Madonna della Lettera, la Strage degli Innocenti, il Martirio di Santa Lucia. Alla chiesa era annesso il trecentesco convento dei Benedettini che, dalla fine del secolo scorso, è sede degli uffici della Prefettura. Si giunge, quindi, a piazza Duomo. Qui, gli scavi d'inizio secolo e del 1963, hanno messo in luce testimonianze di una frequentazione del luogo in età pre-ellenica, e nella prima età greca, ed i resti di un grande tempio ionico arcaico della fine del VI sec. a. C. Nel V sec. a. C., fu costruito il grande tempio di Atena, edificio dorico con 6 colonne sui lati corti e l4 su quelli lunghi, posto su un alto basamento a tre gradini. La cella era preceduta dal pronao e seguita dal1'opistodomo, entrambi in antis. Già dal VI sec. d. C., il tempio di Atena (se ne intravedono le colonne in via Minerva) fu risistemato a chiesa cristiana, elevata a Cattedrale dal vescovo Zosimo, e dedicata alla Madonna del Piliere. La facciata, completamente ricostruita, 1725-1753, architetto Andrea Palma, presenta sul prospetto due ordini di colonne di stile corinzio. Le statue dei Santi sono di Ignazio Marabitti. L'interno è diviso in tre navate, quella centrale con soffitto a travature lignee; all'ingresso,due acquasantiere ottocentesche e, alla fine, due amboni costruiti nel 1926, in stile romanico. In età normanna fu realizzata la sopraelevazione della navata centrale e furono decorate, con mosaici, le absidi. All'ingresso e nelle navate, si vedono le colonne del tempio di Atena. Sulla navata destra si aprono tre cappelle: nella prima è un prezioso fonte battesimale, con vasca in marmo adornata di leoncini bronzei, secoli XII-XIII; subito dopo, è la cappella di Santa Lucia, sec. XVIII, che contiene una preziosa statua d'argento della Santa, sec. XVI, posta su una cassa ornata di splendidi bassorilievi. L'ultima cappella, del Sacramento, ha un notevole rivestimento in pietra calcarea e affreschi con scene del vecchio Testamento nelle volte. Sopra l'altare marmoreo, con la raffigurazione dell'Ultima Cena, è un ciborio di Luigi Vanvitelli. Alla fine della navata, è un piccolo ambiente che contiene alcuni notevoli dipinti di Giuseppe Crestadoro. Nel luogo ove era l'abside destra, nel '700 fu costruita la cappella del Crocifisso. Gli arredi di questa cappella sono conservati nel Tesoro della Cattedrale. Adiacente è il presbiterio, profondamente rimaneggiato nel 1659, quando vi fu posto l'altare barocco e, soprattutto, dopo il terremoto del 1693, quando vennero completato il coro ed innalzata la grande cupola. Nell'abside rimasta, si scorge una statua della Madonna della Neve, 1512, di Antonello Gagini. Sempre in questa navata, sono altre statue di Santi: dei Gagini o della loro scuola. Il palazzo arcivescovile, adiacente al fianco meridionale del Duomo, fu edificato in forme snelle e ariose nei primi anni del '600. L'aspetto attuale è però quello dovuto ai rifacimenti settecenteschi ed alle aggiunte del XIX secolo. Qui ha sede l'importante Biblioteca alagoniana, fondata alla fine del sec. XVIII. Nella zona meridionale della piazza, è la chiesa di Santa Lucia alla Badia, ricostruita dopo il 1693, con ampie e aggettanti forme barocche. L'interno, ad unica aula, è fortemente arricchito di stucchi, affreschi e decorazioni marmoree. All'altro angolo della piazza con la via Minerva, sorge il palazzo Vermexio, sede del Municipio. Il palazzo, risparmiato dal terremoto de1 1693, conserva ancora, nella parte inferiore, i caratteri originari. Qui, sono stati scoperti i resti di un tempio ionico del V sec. a. C. Al piano terreno, è sistemata una sala che illustra la storia del luogo, le fasi e i risultati degli scavi. Nella piazza Duomo, prospettano pure il palazzo Interlandi, e in parte nella via Landolina, il palazzo Francica Nava, delle cui origini cinquecentesche rimane qualche elemento. Vicino si erge il palazzo Beneventano del Bosco, con bel cortile edificato in età medievale, e profondamente rimaneggiato tra il 1779 e il 1788.

 

Lasciata piazza Duomo per la via Picherali, si giunge alla piazzetta San Rocco, caratterizzata dal quattrocentesco palazzo Migliaccio, notevole per la raffinata decorazione a tarsie di pietra lavica. Da qui si apre una terrazza dalla quale si scopre uno splendido panorama, e qui si trova la famosa fonte Aretusa, verdeggiante di papiri, legata al mito della ninfa Aretusa, trasformata in fiume da Arternide, per sfuggire alla passione di Alfeo; ma Alfeo si trasformo' in fiume, e uni' le sue acque a quelle di lei. Dalla fonte Aretusa, attraverso la passeggiata della marina, e salendo per via del Collegio, si puo' giungere alla chiesa del Collegio dei Gesuiti, maestosa e ricca, secondo i dettami dell'architettura barocca. All'intemo, si notano le splendide cantone del coro e i marmi dell'altare maggiore, con paliotto d'argento. Da qui, attraversata la via Cavour, e, subito dopo, la via Santa Maria dei Miracoli, si arriva all'omonima chiesa di origine duecentesca. Ma già davanti alla fonte Aretusa ed alla passeggiata a mare, si apriva il Porto grande: fin dai tempi più antichi, importantissimo, per i traffici militari e commerciali. Proprio sulla punta del porto, nella penisola di Ortigia, sorge il Castello Maniace, magnifico esempio di architettura militare federiciana, dall'aspetto solido e massiccio. Ha pianta rigorosamente quadrata e torri circolari ai quattro angoli. Splendido è il portale d'ingresso ad arco ogivale, decorato con marmi di vari colori. Al sommo dell'arco è lo stemma spagnolo. L'interno conserva in parte l'assetto originario. Si sale adesso per il lungomare di Ortigia, fino alla settecentesca chiesa dello Spirito Santo. Poi, si lascia il lungomare e si percorre la via Capodieci, fino alla chiesa di San Benedetto, edificata nel Cinquecento, e riconfigurata, all'interno, dopo il terremoto del 1693. Interessante, nell'altare maggiore, è un dipinto, la Morte di San Benedetto, del caravaggista locale Mario Minniti. Qui, in quello che era l'originario convento di San Benedetto, è la Galleria regionale. Il complesso è costituito dal palazzo Parisio del sec. XIV, e dal più ampio palazzo Bellomo, sec. XIII, che dà il nome alla Galleria. Nelle sale al piano terreno è sistemata la "scultura". In particolare, nella III sala si trovano un'edicola, la Madonna col Bambino, attribuita a Francesco Laurana, e una statua, la Madonna del Cardillo, di Domenico Gagini. Nella IV sala, sono due splendide berline settecentesche. Nel primo piano, fra varie pitture, si trova l'Annunciazione, di Antonello da Messina, e il Seppellimento di Santa Lucia, del Caravaggio. Vi sono pure paramenti sacri, argenterie (tra cui uno splendido reliquario di Sant'Orsola, del sec. XVIII), presepi, ceramiche siciliane e musulmane. Usciti dal palazzo Bellomo, si percorre la via Roma fino all'incrocio con via Maestranza: a metà di questa, è la chiesa di San Francesco, dalla particolare facciata convessa. La chiesa ha origini trecentesche, ma di questo periodo rimane soltanto un portale; dal sec. XV fino al XVIII, subi' numerosi rifacimenti: la decorazione a stucco dell'interno e gli affreschi del soffitto, sono, infatti, tardo settecenteschi. Percorrendo la via Maestranza, si incontrano notevoli palazzi: Bufardeci, Zappata-Gargallo (di origini quattrocentesche, rifatto in età barocca), Bonanno e Impellizzeri, che hanno facciate ricche di elementi decorativi. Ora si lascia Ortigia, per arrivare alla parte opposta della città, dov'è la zona moderna, e dove sono pure le più significative testimonianze dell'età greca, costrette a convivervi. Ma converrebbe, forse, dare prima uno sguardo, dall'alto, alla città. Salendo lungo le pendici dell'Epipoli, il vasto altopiano che domina l'abitato, si giunge al castello Eurialo che occupa il punto più alto. Costruito da Dionisio I, tra la fine del V e gli inizi del IV sec. a. C., costituisce uno degli esempi più interessanti di architettura militare del tempo antico; protetto nella parte occidentale, la più esposta, da tre profondi fossati, con ingegnosi passaggi sotterranei: stretti cunicoli che permettevano di spostare gli armati senza essere visti dal nemico e, con rapidità, fronteggiarlo. Dal castello, si può percorrere un tratto delle mura che circondavano la città, per giungere alla "scala greca" o Hexpylon, che ne era l'antico ingresso. Si scende dall'Epipoli e si entra nell'abitato odierno per via Necropoli Grotticelli; da qui, si giunge al viale Rizzo, che costeggia il parco monumentale della Neapoli, dove sono i più interessanti edifici della Siracusa greco-romana. Ecco, infatti, l'Anfiteatro romano, grandioso edificio del I sec. a. C. (per alcuni, III-IV sec. d. C.). Ha pianta ellittica, con un portico esterno. Due ingressi, a nord e a sud, immettono nell'arena, circondata da un alto podio; dietro è un corridoio coperto a volta. Da qui cominciava la serie dei gradini destinati agli spettatori. Al centro dell'arena è un vasto sotterraneo che fungeva da magazzino dell'anfiteatro. Segue poi l'Ara di Ierone, grande altare lungo uno stadio (198 metri), fatto edificare da Ierone II, per celebrare i pubblici sacrifici degli animali. Di fronte all'Ara di Ierone, sono il Teatro greco e le latomie. Il Teatro, uno degli edifici più splendidi del suo genere, rivesti' un ruolo di enorme importanza nella vita culturale della città. Le fonti ci danno notizie dell'esistenza di un teatro a Siracusa fin dalla metà del V sec. a. C. La struttura che oggi vediamo è del tempo di Ierone I, siamo nel III sec. a. C. La cavea è una delle più grandi del mondo greco: 67 ordini di gradini, divisi in 9 sezioni da 8 scale d'accesso ai posti (circa 15.000 in origine, 7.500 oggi). In basso era l'orchestra semicircolare e, infine, la scena di cui resta soltanto qualche brano. In età romana, il teatro subi' numerose trasformazioni, secondo la tipologia dei teatri romani dedicati ai ludi circensi. Il Teatro è tuttora utilizzato: ogni anno, vi si tiene un ciclo di rappresentazioni del repertorio classico, che richiamano un vasto pubblico, per il notevole interesse culturale, oltre che per il suggestivo scenario naturale, e la particolare atmosfera. Nei pressi del Teatro, si trovano le latomie, grandi cave di pietra, da sempre conosciute: uno degli ambienti più caratteristici di Siracusa. Secondo la testimonianza di Tucidide, servirono pure da prigione.

La notizia è confermata da Cicerone, che ne esalta la magnificenza e la profondità. Ad ovest del teatro, è la più grande latomia, quella del Paradiso, profonda, in alcuni punti, 45 metri. La più famosa latomia è, pero', l'orecchio di Dionisio, coperta da una volta a sesto acuto. Il nome le fu dato dal Caravaggio, che la visito' nel 1586, e fece nascere la leggenda che il tiranno Dionisio I, sfruttando le qualità acustiche del luogo, vi arrivava a sentire i discorsi dei prigionieri. Vicina è la grotta dei cordari, cosi' detta perchè, per lungo periodo, i cordari vi esercitarono il loro mestiere. Da qui, si può passare alla grotta del salnitro e alla latomia Intagliatella, per giungere, attraverso un arco intagliato nella roccia, alla latomia di Santa Venera, più piccola delle precendenti, ma particolarmente suggestiva, per la rigogliosa vegetazione intorno. Ed anche interessante, è la visita alla vicina necropoli dei Grotticelli, con tombe greche, ellenistiche, e d'età romana imperiale. Tra queste, è la cosiddetta tomba di Archimede, ritenuta, a torto, il sepolcro del grande matematico siracusano, di cui si racconta che abbia incendiato le navi romane con gli specchi ustori. Usciti dal parco della Neapoli, si giunge, per viale Augusto e viale Teocrito, alla chiesa di San Giovanni, edificata in età normanna, distrutta dal terremoto del 1693, e in seguito parzialmente ripristinata; una scala scende alla cripta di San Marciano. A destra della chiesa, sono le catacombe di San Giovanni, IV sec. d. C. caratterizzate da un intreccio di cunicoli e gallerie, con migliaia di sepolture e, qua e là, affreschi e simboli cristiani. Sempre sul viale Teocrito, nel Parco di villa Landolina. è la sede del Museo archeologico regionale, dedicato a Paolo Orsi, il grande archeologo che lavoro' lungamente a Siracusa. La pianta del Museo, di forma stellare, comprende 9000 mq di superficie. Tre settori - A B C - costituiscono altrettanti percorsi a scelta del visitatore, che puo' fruire di pannelli luminosi, carte e strumenti didattici, ed è cosi' aiutato a vedere gli oggetti esposti in una dimensione storico-culturale, e a comprenderne meglio il valore. Il settore A è dedicato alla preistoria e alla protostoria. Fra i materiali dell'età del bronzo, si trovano quelli della media età, XV-XIII sec. a. C., della cultura di Thapsos, identificabili per la caratteristica ceramica di impasto grigiastro, con decorazione graffita. All'ultima età del bronzo, XIII-IX sec. a. C., appartengono i materiali provenienti da Caltagirone, Cassibile e Pantalica.  
 

Quest'ultima, una delle civiltà più avanzate del periodo tra il 1270 e il 650 a. C., è attestata da manufatti di straordinaria perizia, come le ceramiche rossicce lucide, e i raffinati oggetti di metallo, i gioielli, gli specchi, le fibule. Il settore B è dedicato alla colonizzazione greca e ai materiali provenienti da Megara Iblea e da Siracusa. Tra i materiali di Megara, si segnalano una straordinaria Kourotrophos (madre che allatta), in calcare dipinto, metà VI sec. a. C., e una statua funeraria col nome del defunto (il medico Sambrotidas, figlio di Mandrokles). Lo spazio dedicato a Siracusa si apre con la celebre statua della Venere Anadiomene, replica romana di un originale del II sec. a. C. Sono, poi, esposti i materiali provenienti da Ortigia, sin dall'età preistorica, con una straordinaria successione di ceramiche, che dà esattamente l'idea della continuità di frequentazione del luogo. Il pezzo statuario più interessante, è la figura maschile eretta, il Kouros panneggiato, del V sec. a. C. Sono di notevole interesse, inoltre: gli ex voto trovati nella zona del santuario di Demetra e Kore, un grande vaso a vernice nera con iscrizione dedicatoria ad Arternide Ferea, i corredi funebri provenienti dalle grandi necropoli siracusane; gli ariballoi globolari arcaici, il famoso cavalluccio bronzeo, stilizzato, della fine del sec. VIII a. C.; e molti vasi protocorinzi e corinzi. Seguono poi gli spazi dedicati ai grandi templi: il tempio di Apollo, il tempio ionico, e l'Athenaion con alcune delle terrecotte architettoniche, che lo decoravano all'esterno, e i modelli plastici di questo e di altri due templi. I materiali provenienti dai santuari extra urbani, ci forniscono, inoltre, preziose indicazioni sui rapporti di Siracusa col suo territorio. Il settore C è dedicato ai materiali provenienti dalle colonie di Siracusa: Acre, Casmene e Camarina, e da Eloro, oltre che da numerosi centri indigeni della Sicilia orientale, ellenizzati. Da Casmene proviene, fra le altre cose, un altorilievo in calcare raffigurante una Kore con una colomba, 570- 60 a. C. Di Camarina, è un grande acroterio fittile di tempio, V sec a. C. L'ultima zona del settore è dedicata a Gela e Agrigento. Da Gela provengono straordinarie terrecotte di rivestimento dei templi, numerose ceramiche e l'interessantissima pelike firmata da Polignoto, 440-430 a. C. L'esposizione si conclude con i deliziosi manufatti provenienti da Agrigento, dalle ceramiche alle terrecottine figurate. Nel viale Teocrito, accanto al Museo Archeologico, si trova il Museo del Papiro, istituito nel 1989. Espone, nelle sue tre sale, con rigore scientifico, una documentazione della pianta del papiro, della sua lavorazione e degli utilizzi, dal tempo dell'antico Egitto alla stessa Siracusa. Usciti dal Museo ed entrati in via Von Platen, si passa davanti alle catacombe di Vigna Cassia e di Santa Maria di Gesù, non visitabili dal pubblico e, scendendo per la Bassa Acradina, ecco la chiesa dei Cappuccini, sec. XVII, dove è un dipinto attribuito al napoletano Mattia Preti, la Madonna con Sant’Agata e Santa Lucia. Qui si trova la latomia dei Cappuccini, dalla ricca e suggestiva vegetazione. Percorrendo, ora, la via Teocrito fin quasi alla fine e deviando a destra per via Monte Grappa, si giunge alla piazza di Santa Lucia, dove si trovano la chiesa di Santa Lucia, la cappella del sepolcro e le catacombe. La chiesa, a tre navate, ha origini bizantine; fu riedificata in età normanna e, in parte, ricostruita dopo il terremoto del 1693.

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